Negli ultimi anni, il concetto di “politicamente corretto” ha assunto un ruolo predominante nella comunicazione aziendale e pubblicitaria. Sebbene l’intento originario fosse quello di promuovere inclusività e rispetto, l’adozione eccessiva e talvolta superficiale di questo approccio ha sollevato critiche e generato dibattiti sull’autenticità e sull’efficacia dei messaggi veicolati.
Il “politicamente corretto” nel mondo del cinema e della televisione
Il cinema e la televisione sono specchi della società e spesso riflettono le tendenze culturali del momento. Tuttavia, l’ossessione per il politicamente corretto può portare a risultati controproducenti. Un esempio emblematico è rappresentato dal film “Deadpool 3”, in cui l’inclusione forzata di battute audaci sembra più una strategia per attirare l’attenzione che una scelta narrativa autentica. Come osservato in una recensione, “voi ancora credete di aver ottenuto chissà che vittoria contro il politicamente corretto ogni volta che un pupazzo dice ‘cazzo'” (i400calci.com). Questo mette in luce come l’eccessiva preoccupazione per apparire “non conformi” possa risultare artificiosa e poco efficace.
Un altro caso che ha suscitato discussioni è la nuova versione de “La Sirenetta” prodotta dalla Disney, in cui il personaggio principale, originariamente parte di una fiaba europea scritta da Hans Christian Andersen, è stato reinterpretato con un’attrice afroamericana. Sebbene l’intento fosse promuovere la diversità, questa scelta ha generato un acceso dibattito su quanto sia opportuno modificare personaggi radicati in un contesto storico e culturale ben preciso. Questo tipo di revisione viene spesso associato al “woke marketing”, un termine che indica l’uso di tematiche sociali a fini commerciali. Il termine “woke” deriva dallo slang inglese e significa “essere svegli” rispetto alle ingiustizie sociali, ma in questo contesto viene spesso usato in senso critico per descrivere scelte percepite come eccessivamente ideologizzate.

Inoltre, molte serie TV moderne hanno adottato la tendenza di inserire attori di colore in ruoli in cui storicamente sarebbe stato impossibile trovarli. Se da un lato questa pratica promuove la diversità, dall’altro in alcuni casi appare forzata e poco coerente con il contesto narrativo. Ad esempio, la rappresentazione di personaggi storici europei con attori di etnia differente può creare dissonanze che compromettono la credibilità della narrazione.
Casi di pubblicità controverse
Anche nel settore pubblicitario, l’aderenza superficiale al politicamente corretto può sfociare in crisi comunicative. Un caso significativo è quello della campagna di Dolce & Gabbana in Cina nel 2018. Lo spot, che intendeva celebrare la fusione tra cultura italiana e cinese, è stato percepito come offensivo e stereotipato, scatenando una reazione negativa tra i consumatori cinesi. La gestione inappropriata della provocazione culturale ha trasformato il messaggio in un “cigno nero comunicazionale”, generando rabbia tra i millennials cinesi (mywhere.it). Questo esempio evidenzia come l’assenza di una comprensione profonda delle sensibilità culturali possa portare a risultati opposti rispetto a quelli desiderati.
Un altro esempio controverso è la pubblicità di Pepsi del 2017 con Kendall Jenner. Lo spot mostrava la modella che offriva una lattina di Pepsi a un poliziotto durante una protesta, suggerendo implicitamente che la bevanda potesse risolvere tensioni sociali complesse. Il pubblico ha criticato aspramente lo spot per aver banalizzato le proteste reali contro l’ingiustizia sociale, costringendo l’azienda a ritirarlo rapidamente.
Un altro caso discusso è stata la campagna di H&M del 2018, in cui un bambino di colore indossava una felpa con la scritta “Coolest Monkey in the Jungle”. L’annuncio è stato accusato di razzismo e ha portato a un’ondata di indignazione sui social media, con conseguente ritiro della pubblicità e scuse ufficiali da parte del marchio.

Riflessioni Critiche sul Politicamente Corretto
L’adozione acritica del politicamente corretto può portare a una comunicazione “ipocritamente corretta”, come sottolineato da Natalia Ginzburg già negli anni ’80 (mestierediscrivere.com). Questo approccio rischia di allontanare le parole dalla realtà, creando un linguaggio vuoto e privo di sostanza. Inoltre, focalizzarsi su questioni superficiali può distogliere l’attenzione da problemi più gravi e reali. Ad esempio, indignarsi per la mancanza di una specifica tonalità di fondotinta potrebbe sembrare esagerato rispetto a forme più insidiose di discriminazione (blog.cliomakeup.com).
Un aspetto legato a questa deriva è la “cancel culture”, un fenomeno che porta all’ostracismo sociale e professionale di persone o aziende che hanno espresso idee considerate offensive o inaccettabili. Un saggio sociologico che analizza questo tema è “The Tyranny of Opinion” di Russell Blackford, in cui si esplora il modo in cui le dinamiche del politicamente corretto e della censura sociale possano limitare il dibattito aperto.
Consigli per una comunicazione inclusiva e autentica
Per le aziende che desiderano promuovere una comunicazione inclusiva senza cadere nell’eccesso, è fondamentale:
- Conoscenza Profonda del Pubblico: Studiare e comprendere le diverse culture e sensibilità del proprio target di riferimento per evitare stereotipi e rappresentazioni superficiali.
- Autenticità nei Messaggi: Evitare l’inclusione forzata di elementi “trasgressivi” o “audaci” solo per attirare l’attenzione. La genuinità è percepita e apprezzata dal pubblico.
- Equilibrio tra Inclusività e Realismo: Promuovere valori di inclusione e rispetto senza distorcere la realtà o cadere nell’ipocrisia.
- Formazione Interna: Investire nella formazione dei team di comunicazione per sensibilizzarli su tematiche di diversità e inclusione, garantendo una comprensione autentica e profonda.
In conclusione, mentre l’intento di promuovere il rispetto e l’inclusività è lodevole, è essenziale che le aziende adottino un approccio equilibrato e autentico nella loro comunicazione. Solo così sarà possibile evitare il paradosso di un politicamente corretto che, anziché unire, finisce per alienare e confondere il pubblico.